Call for Papers XXV Convegno Internazionale di O&L (16-17 settembre 2022)

Onomastica & Letteratura

Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa
nei giorni 
16 e 17 settembre 2022 
si svolgerà presso l’Università di Pisa il

XXV Convegno Internazionale di O&L

Gli argomenti intorno ai quali verterà sono i seguenti:

  • Giochi, parodie, agnizioni: il nome per divertire e per disvelare

I testi letterari costruiti su giochi di parole, divertissements lessicali e fraintendimenti linguistici intenzionali trovano spesso il loro campo d’azione preferito nel nome proprio, in special modo quando essi mirano alla parodia, alla satira, al calembour o ad altre forme del comico, spesso costeggiando i territori peculiari del nonsense, come ha mostrato Donatella Bremer nei suoi contributi su Robert Gernhardt e altri autori tedeschi (fra i quali Busch, Morgenstern, Ringelnatz, Brecht, Jandl e il cabarettista Karl Valentin) o sul limerick, la forma in versi che in prevalenza utilizza nomi propri, e in particolare toponimi per le sue alchimie verbali, resa celebre da Edward Lear e non disdegnata da molti eminenti scrittori, fra i quali Wisława Szymborska e, in Italia, Scialoja, Rodari, Caproni e Montale. Non sfigurerebbe tuttavia nel canone dei giochi onomastici di tipo parodico il Boccaccio della predica di Frate Cipolla ai Certaldesi (Decameron, VI 10, 37-42), in cui questi, da buon imbonitore, inventa con le parole spazi di esotica lontananza per gli ingenui interlocutori costruendo un itinerario toponimico che in realtà non fa altro che riutilizzare odonimi della Firenze trecentesca, comicamente consonanti con località favolose. La sezione potrebbe d’altro canto legittimamente allargarsi a casi di parodie ‘serie’, in accezione genettiana, cioè di ripresa e riscrittura degradata, ma non necessariamente comica, di nomi della tradizione letteraria (valga come esempio il passaggio da Ulisse all’Ulysses joyciano). Ancora, altre forme di gioco e di disvelamento onomastici, che l’autore instaura con il lettore, potrebbero essere rappresentate dalle ‘firme d’autore’ celate in tanta letteratura della lirica romanza e italiana delle Origini, anche in forma di anagrammi e paragrammi disseminati nel testo, come opinato ad esempio (da Giorgio Orelli) per le criptate autonominazioni petrarchesche nel sonetto incipitario dei RVF («sPEro TrovAR pietà nonCHE perdono»), o per i giochi ipogrammatici che coinvolgevano i nomi di Brunetto Latini e del suo corrispondente Bondie Dietaiuti (secondo Giuseppe E. Sansone), all’interno di quella che costituirebbe la loro corrispondenza amorosa in versi, per citare solo alcuni esempi.

  • Elenchi, sequenze, liste, cataloghi onomastici in letteratura

A caratterizzare elenchi, liste e cataloghi letterari sono spesso antroponimi e toponimi. Ciò accade già nel più lontano archetipo del fenomeno, il ‘catalogo delle navi’ del II libro dell’Iliade, in cui il narratore omerico, per dar l’idea dell’immensa marea di uomini giunti con i contingenti achei per nave a Troia, ricorre a un fluviale elenco di nomi dei comandanti, corredato di etnonimi e toponimi a indicarne la provenienza. Analogamente, la Teogonia di Esiodo propone un’altra inesauribile lista di nomi di creature divine. Una strategia onomastica per evocare l’enormità se non l’infinitezza indicibile dell’oggetto della descrizione, come suggeriva Umberto Eco nella Vertigine della lista? Lo stesso studioso, nelle vesti di romanziere, sembrava evocarne una diversa funzione in un passo della Misteriosa fiamma della regina Loana, in cui era una litania di toponimi a rappresentare la prima involontaria epifania memoriale del protagonista, colpito da amnesia dopo un incidente stradale e colto da un improvviso recupero memoriale alla vista di un cartello segnaletico con il nome del paese natale. Ma l’esempio più celebre del valore memoriale degli elenchi onomastici è un passo della Recherche proustiana, significativamente intitolato Nom de pays: le nom, che culminava in un catalogo dei nomi delle stazioni ferroviarie normanne. In ogni caso, la strategia ricorre in molti altri scrittori contemporanei. Da Elio Vittorini, che scandiva il viaggio di ritorno in Sicilia del protagonista di Conversazione in Sicilia con insistenti cataloghi dei nomi dei centri toccati dalla ferrovia, sulla linea che da Siracusa va verso il paese materno del personaggio. Sino a Luigi Meneghello, che, ad incipit del capitolo VI del suo I piccoli maestri, declamava un elenco costituito da un paio di decine di toponimi, certo non liquidabili come mezzi per ottenere un mero effet de réel. Elenchi che talora appaiono declinati come una sorta di mantra, necessario all’appropriazione memoriale di persone, di luoghi da quei nomi raffigurati. A provarlo esplicitamente è uno scrittore quanto mai distante per tempo e ispirazione dagli altri sinora citati, il Salman Rushdie dell’Ultimo sospiro del Moro, il cui io narrante, accingendosi a evocare i nomi dei luoghi della sua lontana e perduta Bombay, dichiarava: «cedo alla tentazione di evocarli, con la forza che possiede il nominarli, davanti ai miei occhi assenti». Tra Omero e Rushdie, un campo sterminato di cataloghi onomastici.

  • Nomi e identità

La coppia delineata dal titolo di questa sezione parrebbe sulle prime adombrare un accostamento pressoché ovvio, se non la premessa di un vero e proprio truismo o petizione di principio. Il nome, si dirà, è il segno dell’identità di un personaggio o di un luogo letterari, e null’altro andrebbe aggiunto a questa incontrovertibile persuasione. Eppure, il rapporto tra i due elementi del sintagma appare tutt’altro che pacifico e acclarato, tanto anzi da costituire il nucleo più critico di molte creazioni onomastiche, come anche di molte riflessioni autoriali sulla natura dei nomi propri letterari. A fornirne il paradigma alcuni celebri esempi pirandelliani: dal Mattia Pascal che vive una crisi che travolge nome e identità, tentando vanamente di riacquistarne da sé di più autentici e meno ingannevoli, al Vitangelo Moscarda che conclude il suo percorso di progressiva demolizione dell’io e della stessa struttura romanzesca, in Uno, nessuno e centomila, con un apoftegma memorabile, che condanna senza appello ogni possibile equivalenza dei due termini in questione: «Nessun nome». Oltre che a scoprire l’inconsistenza del nome come identità, e la sua volatile sostanza di maschera, lo scavo interpretativo su questa coppia concettuale può tradursi anche in altro. Ad esempio nell’interrogazione del rapporto tra l’identità reale di figure umane o di luoghi che il testo copre con il velo di nomi di invenzione o con l’anonimato. Come non pensare, a questo proposito, alla curiosità quasi morbosa che torme di lettori e critici riversarono nell’Ottocento, e ancora più in là, nel tentativo di dare un nome al «paesello» degli sposi manzoniani, e di svelarne dunque l’identità? Per non parlare di analoghi esercizi di scioglimento anagrafico cui gli esegeti del romanzo sottoposero altri suoi due personaggi quali l’«innominato» e l’«anonimo». Nomi che nascondono identità, mentre altri invece la sbandierano, come avviene per i nomina loquentia o redende Namen o analogous names che dir si vogliano, in cui l’onimo allude a una res identitaria a molteplici livelli: fisico, morale, attanziale. Con gradi di trasparenza, o al contrario di opacità, mutevoli a seconda dei casi, ed esercitando la forza allusiva anche per antifrasi, quando questi non si piegano, per dirla con Philippe Hamon, a «stratégies déceptives». In questi casi i nomi forniscono indicazioni allusive smentite dal racconto, depistando il lettore più che guidarlo. Una tipologia attestata già in epoca classica e poi riattualizzata nell’arco di tutta la storia letteraria, dalla narratio brevis romanza ad esempi contemporanei talora insospettabili, e certo già ampiamente indagata dagli studi di onomastica letteraria, che ne hanno fatto a lungo il loro vero centro di interesse interpretativo. Eppure, a ben vedere, essa costituisce un giacimento ancora inesauribile, specie quando lo scandaglio venga gettato in territori (autori, testi, generi) sotto tale aspetto inesplorati. La questione si apre del resto anche a riflessioni teoriche sulla natura dei nomi propri in letteratura, toccandone il nodo fondamentale, quello riassumibile nell’alternativa tra teorie che sostengono l’arbitrarietà degli stessi nomi letterari e, all’opposto, visioni ‘cratilee’, persuase dell’esistenza di un legame naturale e necessario tra il nome e l’identità.

  • Il nome e le voci nel testo (in letteratura e in particolare nel genere teatrale)

Il nome, quando viene pronunciato materialmente dalla voce di un personaggio, può restare neutra etichetta denotativa oppure subire incrinature e deformazioni, di natura soggettiva ed espressiva, colorandosi di nuances ora affettuose e accorate ora ironiche e sarcastiche. Corre alla mente un passo di Ferito a morte di Raffaele La Capria: «Il mio nome, Maaàssimo!, la voce lontana di Glauco, quei giorni più brevi di un nome gridato sul mare»; o la pronuncia apocopata del nome, tipica dei dialetti meridionali, attestata nelle allocuzioni di alcuni personaggi dei Fuochi del Basento di Raffaele Nigro («Oi, France’, chiedimi da bere»). Il fenomeno assume un’evidenza particolare nelle battute dei testi teatrali, in cui è la voce attoriale, guidata in modo più o meno esplicito dalle indicazioni d’autore, a declinare e materializzare tali sfumature. Ma le oscillazioni della ‘voce’ che pronuncia i nomi letterari potrebbero anche essere intese guardando, semioticamente, alla loro dimensione  pragmatica, o, sociolinguisticamente, a quella diafasica (da dia- e phasis ‘voce’, appunto), nelle infinite gradazioni che il nome può percorrere, in un testo letterario, lungo l’asse compreso tra i due poli del formale e dell’informale, variando a seconda dell’interlocutore, delle relazioni che intercorrono tra i personaggi, delle situazioni comunicative in cui essi vengono ritratti. Ad esserne coinvolto è ad esempio l’uso dei diminutivi, che possono divenire spie di una relazione più intima e familiare tra due personaggi o di una deminutio del loro valore, come più in generale tutte le strategie allocutive, per dirla con Pasquale Marzano, sottese alle scelte onomastiche, capaci di sintetizzare senza ulteriori indicazioni narrative il tipo di rapporto che si instaura tra i personaggi, o tra questi e il narratore. Esempio celebre quello dell’Angiolina della Senilità sveviana, che nella mente del protagonista Emilio oscilla tra Angie Giolona, tra immagine angelicata e più cruda percezione maschilista, smascherando proprio con tale dialettica onomastica l’ambiguità e la rete di autoinganni in cui il personaggio si crogiola. O, per fare solo un altro esempio, gli analoghi mutamenti allocutivi cui è sottoposto il personaggio di Gasparina Torretta del Non è una cosa seria pirandelliano – da Gasparotta Scarparotta.

  • L’onomastica in alcuni autori di cui ricorrono significativi anniversari: Hoffmann, Proust, Buzzati, Meneghello

Come accaduto in altre edizioni del Convegno, una delle sezioni sarà dedicata ad autori di cui cadono nel 2022 significativi anniversari. Ad essere chiamata in causa quest’anno è una pluralità di scrittori: Ernst T. A. Hoffmann, Marcel Proust, Dino Buzzati (dei quali ricorrono rispettivamente duecento, cento e cinquanta anni dalla morte) e Luigi Meneghello (centenario della nascita). Essi sono del resto accomunati non solo dalla ricorrenza anniversaria, ma anche da una oggettiva rilevanza delle strategie onomastiche da loro esperite, come già acclarato per ognuno di essi da precedenti contributi che ne hanno analizzato l’opera sotto questo profilo, edificando vere e proprie ‘nicchie interpretative’, con cui si potrà dunque fare i conti, per confermarne e arricchirne gli esiti oppure, al contrario, per contestarli e provare a ribaltarli.

Coloro che intendano partecipare al Convegno o che vogliano proporre un loro articolo alla redazione della rivista «il Nome nel testo»

sono pregati di inviare a Donatella Bremer (donatella.bremer@unipi.itentro e non oltre il 30 luglio 2022 un abstract, non generico, ma sufficientemente indicativo (ca. una pagina) del loro contributo.

Si prega di allegare anche un breve curriculum.

La lunghezza degli articoli da sottoporre al processo di revisione (peer review) per un’eventuale pubblicazione nella rivista «il Nome nel testo» dovrà aggirarsi intorno alle 12 cartelle.

Call for Papers per «il Nome nel testo» XXIV (2022)

A causa del permanere dell’emergenza Covid, siamo costretti a far slittare al 2022 il Convegno annuale di “Onomastica & Letteratura”, che avrebbe dovuto già nel 2020 svolgersi a Cagliari.

A seconda dell’evolversi della pandemia, potrà venir programmato, per l’autunno 2021, un Convegno online suddiviso in più giornate, cui sarà facoltativo partecipare.

Continua in ogni caso a non subire arresti la nostra attività di ricerca: lo scorso dicembre ha visto la luce “il Nome nel testo” XXII (2020) ed è attualmente in corso la procedura di valutazione dei saggi destinati al prossimo numero della rivista.

Invitiamo coloro che desiderino proporre un loro articolo al “Nome nel testo” XXIV (2022) a far pervenire alla redazione (donatella.bremer@unipi.it), entro e non oltre il 31 luglio 2021, un abstract, non generico, ma sufficientemente indicativo (ca. una pagina) del loro contributo. Si prega di allegare anche un breve curriculum.

Una volta che i contenuti proposti saranno stati accettati da parte della Giunta di Direzione, l’articolo da sottoporre al processo di revisione (peer review) per un’eventuale pubblicazione dovrà pervenire alla redazione entro e non oltre il 28 febbraio 2022. La sua versione definitiva non dovrà superare le 12 cartelle.

Gli argomenti intorno ai quali i contributi devono vertere sono i seguenti: 

Il nome inadeguato, straniante o infamante

È ben noto come nella vita reale alcuni nomi propri giungano ad assumere il valore di ‘marchio’ d’infamia o di stigma per chi li porta (per i cristiani, il nome di Giuda; per chi professa attitudini antitotalitarie, quelli dei grandi dittatori del Novecento; i nomi degli Ebrei nella Germania nazista; ma si pensi anche ai ‘nomi dei trovatelli’, o ai ‘nomi come numero’ imposti ai deportati nei lager, ecc.). Una casistica che più d’una volta si riverbera in letteratura o nel cinema (basti ricordare il caso, ironico ma non troppo, del film Le prénom, tutto giocato su questo tema; o quello del personaggio israelita di nome Siegfried Fischerle in Autodafé di Elias Canetti), e che troverebbe ancora un immenso campo di esplorazione. Una pista più inedita potrebbe essere quella che indaghi anche, ad esempio, in che misura la stessa inventività onomaturgica degli scrittori sia condizionata da tale stigma, suggerendo di attingere da questo repertorio, o al contrario di evitarlo, nel momento di scegliere un nome ‘adeguato’ al carattere dei personaggi. Senza dimenticare riflessi ironici del fenomeno (testimoniati dalla celeberrima motivazione addotta da mastro Geppetto all’atto di nominare il suo burattino di legno: «Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi […] e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina»); o sue ancor più sorprendenti varianti, come il caso di Disdemona/Des-, che sembra ribaltare il percorso sin qui delineato (quello cioè di nomi reali colpiti da una damnatio che giunge a connotarli come nomi ‘proibiti’): coniato come invenzione letteraria (da G. B. Giraldi Cinzio), come nome che porta in sé inciso un destino malaugurato (‘nato sotto una cattiva stella’, se se ne considera l’etimo greco), grazie al successo della vicenda (cui contribuisce in modo decisivo la versione shakespeariana), si afferma come nome reale, pur forse non del tutto immemore dello stigma etimologico originario.

I titoli delle opere letterarie come onimi

Il titolo, in sé definibile quale “nome proprio metalinguistico” (Hoeck), è stato a lungo studiato in ottica semiologica, vedendo in esso, genettianamente, una delle più significative ‘soglie testuali’. Successivi interventi in chiave specificamente onomastica hanno iniziato a delineare vere e proprie microtradizioni su singoli casi di spiccato interesse (dal titolo del poema dantesco al Corbaccio boccacciano, per citare solo due esempi), e già sondato ogni epoca e àmbito letterario. Indagini che hanno talora sapore prettamente filologico, nel tentare di risalire alle non sempre cristalline motivazioni alla base di certe titolazioni (basti pensare proprio allo straniante Comedìa apposto al poema dantesco), ma alternandosi a prospezioni di carattere più latamente interpretativo, che ne rivelano una funzione ben più complessa di una mera sintesi descrittiva di un’opera: il titolo come ‘premessa/promessa’, che può essere poi mantenuta o clamorosamente ribaltata, e che lascia in ogni caso una scia persistente nella ricezione del lettore (basti pensare, per proporre una traccia investigativa, alle suggestioni evocate dai titoli dei primi romanzi di Amélie Nothomb).

Il nome nelle dediche

Verrebbe forse naturale, a tutta prima, di ascrivere a motivazioni meramente biografiche, o in alternativa avantestuali ed extraletterarie, per così dire, e segnatamente encomiastiche, la presenza di nomi propri nelle sezioni dedicatorie delle opere letterarie, configurando di conseguenza il fenomeno come accessorio e marginale: e a provarlo del resto sarebbe il non infrequente mutamento del nome del dedicatario nelle opere a redazione plurima. Ma sorge il sospetto che le cose, almeno non sempre, stiano così. Un’insospettabile valenza strutturale del nome proprio dei dedicatari si mostra ad esempio in alcune celebri raccolte novellistiche 4-500esche, come il Novellino di Masuccio Salernitano, in cui il rapporto tra ogni novella e la Dedica che immancabilmente la incornicia, che vedrebbe per statuto quest’ultima in posizione ancillare, si ribalta diametralmente, poiché anzi, come è stato scritto, Masuccio sembra scegliere dapprima il dedicatario, e solo in seguito informa il testo novellistico al profilo biografico di quello. Per non parlare della funzione assolta dai nomi reali dei Dedicatari nelle novelle di Matteo Bandello, in cui essi entrano a far parte, e con ruolo determinante, di un complesso gioco di specchi narrativo, solo superficialmente funzionale a un ritratto cortigianesco di maniera, ma semmai a un originale rinnovamento del meccanismo novellistico della ‘storia portante’ o cornice. Casi altrettanto significativi sarebbero certo rintracciabili in altre epoche, generi e àmbiti letterari: a mero titolo di esempio, e limitandoci ad alcuni classici, si pensi alla funzione, che sarebbe banale liquidare come puramente encomiastica, assolta dall’Ippolito del Proemio del Furioso, o anche alla presenza, nel finale Commiato del Porto sepolto, vera dichiarazione poetica ungarettiana, del “Gentile/ Ettore Serra”, di cui è noto il ruolo determinante nella prima pubblicazione della raccolta.

Il metodo

Come già nelle ultime edizioni del Convegno, resta accesa una sezione particolare dedicata a problematiche di carattere metodologico inerenti alla disciplina, che quest’anno intende aprirsi segnatamente allo studio delle riflessioni sul nome avanzate da filosofi, scrittori e artisti. Si presta in altri termini attenzione a quella che potrebbe definirsi come una sorta di dimensione ‘metaonomastica’, che accompagna, sostiene (ma talora può anche rallentare e ostacolare) la concreta attività onomaturgica degli autori, tanto in sede ‘pubblica’ (con affermazioni di poetica ‘strutturata’, tra le quali spiccano quelle di teorici e filosofi, da Platone e Aristotele a Roland Barthes, per dire), quanto in annotazioni preparatorie, taccuini, epistolari di uso privato (tra i quali è impossibile non ricordare ancora una volta le sofferte ammissioni manzoniane della propria insoddisfazione per i nomi dell’Adelchi, o i cataloghi/elenchi, densi di ripensamenti, di nomi di donna raccolti negli autografi di Calvino per le proprie Città invisibili).

 

I nomi nelle letterature regionali

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