Call for Papers per «il Nome nel testo» XXIV (2022)

A causa del permanere dell’emergenza Covid, siamo costretti a far slittare al 2022 il Convegno annuale di “Onomastica & Letteratura”, che avrebbe dovuto già nel 2020 svolgersi a Cagliari.

A seconda dell’evolversi della pandemia, potrà venir programmato, per l’autunno 2021, un Convegno online suddiviso in più giornate, cui sarà facoltativo partecipare.

Continua in ogni caso a non subire arresti la nostra attività di ricerca: lo scorso dicembre ha visto la luce “il Nome nel testo” XXII (2020) ed è attualmente in corso la procedura di valutazione dei saggi destinati al prossimo numero della rivista.

Invitiamo coloro che desiderino proporre un loro articolo al “Nome nel testo” XXIV (2022) a far pervenire alla redazione (donatella.bremer@unipi.it), entro e non oltre il 31 luglio 2021, un abstract, non generico, ma sufficientemente indicativo (ca. una pagina) del loro contributo. Si prega di allegare anche un breve curriculum.

Una volta che i contenuti proposti saranno stati accettati da parte della Giunta di Direzione, l’articolo da sottoporre al processo di revisione (peer review) per un’eventuale pubblicazione dovrà pervenire alla redazione entro e non oltre il 28 febbraio 2022. La sua versione definitiva non dovrà superare le 12 cartelle.

Gli argomenti intorno ai quali i contributi devono vertere sono i seguenti: 

Il nome inadeguato, straniante o infamante

È ben noto come nella vita reale alcuni nomi propri giungano ad assumere il valore di ‘marchio’ d’infamia o di stigma per chi li porta (per i cristiani, il nome di Giuda; per chi professa attitudini antitotalitarie, quelli dei grandi dittatori del Novecento; i nomi degli Ebrei nella Germania nazista; ma si pensi anche ai ‘nomi dei trovatelli’, o ai ‘nomi come numero’ imposti ai deportati nei lager, ecc.). Una casistica che più d’una volta si riverbera in letteratura o nel cinema (basti ricordare il caso, ironico ma non troppo, del film Le prénom, tutto giocato su questo tema; o quello del personaggio israelita di nome Siegfried Fischerle in Autodafé di Elias Canetti), e che troverebbe ancora un immenso campo di esplorazione. Una pista più inedita potrebbe essere quella che indaghi anche, ad esempio, in che misura la stessa inventività onomaturgica degli scrittori sia condizionata da tale stigma, suggerendo di attingere da questo repertorio, o al contrario di evitarlo, nel momento di scegliere un nome ‘adeguato’ al carattere dei personaggi. Senza dimenticare riflessi ironici del fenomeno (testimoniati dalla celeberrima motivazione addotta da mastro Geppetto all’atto di nominare il suo burattino di legno: «Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi […] e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina»); o sue ancor più sorprendenti varianti, come il caso di Disdemona/Des-, che sembra ribaltare il percorso sin qui delineato (quello cioè di nomi reali colpiti da una damnatio che giunge a connotarli come nomi ‘proibiti’): coniato come invenzione letteraria (da G. B. Giraldi Cinzio), come nome che porta in sé inciso un destino malaugurato (‘nato sotto una cattiva stella’, se se ne considera l’etimo greco), grazie al successo della vicenda (cui contribuisce in modo decisivo la versione shakespeariana), si afferma come nome reale, pur forse non del tutto immemore dello stigma etimologico originario.

I titoli delle opere letterarie come onimi

Il titolo, in sé definibile quale “nome proprio metalinguistico” (Hoeck), è stato a lungo studiato in ottica semiologica, vedendo in esso, genettianamente, una delle più significative ‘soglie testuali’. Successivi interventi in chiave specificamente onomastica hanno iniziato a delineare vere e proprie microtradizioni su singoli casi di spiccato interesse (dal titolo del poema dantesco al Corbaccio boccacciano, per citare solo due esempi), e già sondato ogni epoca e àmbito letterario. Indagini che hanno talora sapore prettamente filologico, nel tentare di risalire alle non sempre cristalline motivazioni alla base di certe titolazioni (basti pensare proprio allo straniante Comedìa apposto al poema dantesco), ma alternandosi a prospezioni di carattere più latamente interpretativo, che ne rivelano una funzione ben più complessa di una mera sintesi descrittiva di un’opera: il titolo come ‘premessa/promessa’, che può essere poi mantenuta o clamorosamente ribaltata, e che lascia in ogni caso una scia persistente nella ricezione del lettore (basti pensare, per proporre una traccia investigativa, alle suggestioni evocate dai titoli dei primi romanzi di Amélie Nothomb).

Il nome nelle dediche

Verrebbe forse naturale, a tutta prima, di ascrivere a motivazioni meramente biografiche, o in alternativa avantestuali ed extraletterarie, per così dire, e segnatamente encomiastiche, la presenza di nomi propri nelle sezioni dedicatorie delle opere letterarie, configurando di conseguenza il fenomeno come accessorio e marginale: e a provarlo del resto sarebbe il non infrequente mutamento del nome del dedicatario nelle opere a redazione plurima. Ma sorge il sospetto che le cose, almeno non sempre, stiano così. Un’insospettabile valenza strutturale del nome proprio dei dedicatari si mostra ad esempio in alcune celebri raccolte novellistiche 4-500esche, come il Novellino di Masuccio Salernitano, in cui il rapporto tra ogni novella e la Dedica che immancabilmente la incornicia, che vedrebbe per statuto quest’ultima in posizione ancillare, si ribalta diametralmente, poiché anzi, come è stato scritto, Masuccio sembra scegliere dapprima il dedicatario, e solo in seguito informa il testo novellistico al profilo biografico di quello. Per non parlare della funzione assolta dai nomi reali dei Dedicatari nelle novelle di Matteo Bandello, in cui essi entrano a far parte, e con ruolo determinante, di un complesso gioco di specchi narrativo, solo superficialmente funzionale a un ritratto cortigianesco di maniera, ma semmai a un originale rinnovamento del meccanismo novellistico della ‘storia portante’ o cornice. Casi altrettanto significativi sarebbero certo rintracciabili in altre epoche, generi e àmbiti letterari: a mero titolo di esempio, e limitandoci ad alcuni classici, si pensi alla funzione, che sarebbe banale liquidare come puramente encomiastica, assolta dall’Ippolito del Proemio del Furioso, o anche alla presenza, nel finale Commiato del Porto sepolto, vera dichiarazione poetica ungarettiana, del “Gentile/ Ettore Serra”, di cui è noto il ruolo determinante nella prima pubblicazione della raccolta.

Il metodo

Come già nelle ultime edizioni del Convegno, resta accesa una sezione particolare dedicata a problematiche di carattere metodologico inerenti alla disciplina, che quest’anno intende aprirsi segnatamente allo studio delle riflessioni sul nome avanzate da filosofi, scrittori e artisti. Si presta in altri termini attenzione a quella che potrebbe definirsi come una sorta di dimensione ‘metaonomastica’, che accompagna, sostiene (ma talora può anche rallentare e ostacolare) la concreta attività onomaturgica degli autori, tanto in sede ‘pubblica’ (con affermazioni di poetica ‘strutturata’, tra le quali spiccano quelle di teorici e filosofi, da Platone e Aristotele a Roland Barthes, per dire), quanto in annotazioni preparatorie, taccuini, epistolari di uso privato (tra i quali è impossibile non ricordare ancora una volta le sofferte ammissioni manzoniane della propria insoddisfazione per i nomi dell’Adelchi, o i cataloghi/elenchi, densi di ripensamenti, di nomi di donna raccolti negli autografi di Calvino per le proprie Città invisibili).

 

I nomi nelle letterature regionali

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